Colazione proteica sana.

Colazione proteica sana.

Colazione Proteica: FRITTELLE DI ALBUMI

La tua alimentazione ha bisogno di più proteine. Ed un buon metodo per inserirle nel tuo regime alimentare è proprio facendo una colazione proteica.

Troppo spesso le proteine vengono sottovalutate, ma queste sono un macronutriente essenziale, soprattutto in un regime di dieta.

Quando si parla di colazione e dieta, la maggior parte delle persone pensa alla tazza di latte con 3 tristi biscotti.

Questione di gusti, ma a me una colazione del genere non farebbe saltare giù dal letto per correre in cucina a mangiarla!

E se ti dicessi che per la tua colazione proteica puoi inserire, talvolta, degli albumi e renderli protagonisti di una ricetta?

Oggi vi propongo una colazione proteica alternativa per chi ha voglia di sperimentare qualcosa di diverso dal classico latte e biscotti. Se sei una sportiva e hai bisogno di integrare proteine nella tua dieta, questo è la colazione proteica che fa per te!!

Io prediligo questa ricetta quando mi serve una colazione proteica veloce da preparare e facile da digerire, solitamente prima o dopo un allenamento, perché è ricca di proteine e con una buona dose di carboidrati derivanti dalla frutta.

Colazione proteica sana con le FRITTELLE DI ALBUMI: Ingredienti per una persona.

150 g di albume

1 banana

10 g di cacao amaro

dolcificante liquido q. b.

aroma naturale alla vaniglia

1 cucchiaio di burro di arachidi

FRITTELLE DI ALBUMI: Preparazione

In un recipiente mescola l’albume, il cacao, la vaniglia e il dolcificante avendo cura di non lasciare grumi, poi versa il composto in un padellino di 20 cm di diametro.

Cuoci con coperchio a fiamma media per 5 minuti, poi gira la frittella e cuoci per un altro minuto prima di metterla su un piattino. Taglia a rondelle la banana, o un altro frutto a piacere, e disponila sulla frittata.

Aggiungi un cucchiaio di burro di arachidi, che è un’ottima fonte di grassi e aggiunge un bel contrasto di colore (perché l’occhio vuole la sua parte).

E la colazione proteica è servita! Bilanciata, proteica e buonissima anche come snack.

FRITTELLE DI ALBUMI: VALORI NUTRIZIONALI PER UNA PERSONA

Calorie Totali: 218 kcal

Macronutrienti:

Carboidrati: 20 g (80 kcal)

Proteine: 21 g (84 kcal)

Grassi: 6 g (54 kcal)

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IPERTROFIA MUSCOLARE: PROGRAMMARE L’ ALLENAMENTO

IPERTROFIA MUSCOLARE: PROGRAMMARE L’ ALLENAMENTO

Cos’è l’ipertrofia muscolare?

L’espressione di forza è data da diversi fattori: tra questi, la dimensione del muscolo apporta circa un 30% alla prestazione. L’aumento del volume muscolare è la tanto ricercata e bramata ipertrofia.

Abbiamo visto nell’articolo Ipertrofia: I magnifici tre quali sono le basi teoriche e i meccanismi che sono le fondamenta dello sviluppo ipertrofico. Ora cerchiamo di capire come programmare al meglio un piano di allenamento volto principalmente allo sviluppo ipertrofico.

Come aumentare l’ipertrofia muscolare.

1. Avere un obiettivo per aumentare l’ipertrofia muscolare

Prima di impostare un allenamento, bisognerebbe sempre porsi una domanda: qual è il fine? Focalizzarci su un obiettivo ben preciso da raggiungere può sembrare scontato, ma non lo è affatto.

Mentre in programmazioni per la forza, ad esempio, questo viene sempre fatto, nel mondo dell’allenamento per l’ipertrofia ciò raramente avviene. Quando chiedete una scheda al vostro personal trainer, siate dunque precisi su quello che volete ottenere, altrimenti sarà come fare una lista della spesa di esercizi applicabili su di un soggetto, e in genere, più sono stressanti, più l’allenamento può dirsi efficace. E non è affatto così.

In un contesto ipertrofico, la variabile principale è senza ombra di dubbio il volume d’allenamento. Tuttavia, questo non significa che le schede debbano essere volte a raggiungere un determinato volume, bensì bisogna fissare un obiettivo più preciso.

Valentina Rossi
Dietista e Nutrizionista Valentina Rossi

Ad esempio:

  • in un primo momento potremmo concentrarci sul permettere una maggior sopportazione di alti volumi, e quindi la scheda prevederà un aumento delle serie allenanti di settimana in settimana;
  • potremmo poi puntare allo sviluppo di un feeling con diverse tecniche di intensità o all’ampliamento del ROM (Range of Movement)
  • potremmo puntare ad un aumento del carico su determianti range di ripetizioni o di TUT (Time Under Tension)
  • potremmo ancora impostare una scheda per ritrovare il feeling con la contrazione, dando priorità alla famosa connessione mente-muscolo

Ogni scheda deve quindi avere una logica ben precisa, basata su quello che volete ottenere.

2. Frequenza di allenamento per ipertrofia muscolare

Il Bodybuilding nasce come tutti gli altri sport, in un contesto nel quale il concetto era semplice: più ti alleni, più cresci. Così un tipico protocollo per l’ipertrofia prevedeva 6/7 giorni di allenamento alla settimana ed eventualmente doppia seduta di pesi o cardio all’interno della stessa giornata.

Con l’avvento del doping e la commercializzazione del mondo fitness è arrivata la possibilità di proporre nuove metodologie, come l’Heavy Duty, che si basano sull’andare in palestra “una tantum”, sollevare il più possibile nel minor tempo possibile e tornare a casa a riposarsi per un po’ di giorni. Con gli anni si è però visto che questa impostazione è però tendenzialmente errata, soprattutto per un natural, e questo perchè una delle variabili che più influisce in termini di adattamento è il volume totale.

Il concetto del “più ti alleni, più cresci” è anch’esso un’estremizzazione, che potremmo trasformare in maniera più adeguata in “più riesci ad allenarti progredendo, più cresci”.

Dunque, riuscire ad adattarsi ad un volume di allenamento (grazie ad una sapiente distribuzione delle sedute in più giorni) permetterà un adattamento più efficace.

3. Ipertrofia : MULTIFREQUENZA vs MONOFREQUENZA?

Per monofrequenza intendiamo l’allenamento di ogni gruppo muscolare una sola volta all’interno del microciclo (di solito la settimana), mentre per multifrequenza si intende l’allenamento più di una volta a settimana, in genere 2-3.

Se, riprendendo i discorsi precedenti, teniamo conto del volume allenante come variabile più influente sugli adattamenti muscolari e che per volume dobbiamo per forza intendere un volume efficiente, vien da se’ che allenare un gruppo muscolare più di una volta a settimana è la scelta migliore.

Peraltro, la riposta di adattamento è tendenzialmente rapida: mentre il lattato e le scorte di energetiche vengono recuperate in poco tempo, altri fattori, come i danni muscolari, impiegano circa 48-72 ore, e quindi stressare un muscolo 2 volte a settimana non ostacola di certo tali progressi. Anzi, avremo semmai un grande vantaggio: il muscolo, venendo stimolato, e quindi irrorato, più frequentemente e in maniera uniforme, sul medio/lungo periodo manterrà uno stato sano ed anabolico e, di conseguenza, permetterà di sovracompensare meglio.

Qual è la strategia migliore per l’incremento dell’ipertrofia muscolare?

Un’ottima strategia per impostare un buon allenamento in monofrequenza è quella di variare gli angoli di lavoro: prendendo come esempio il dorso, potremmo concentrarci in una seduta sui rematori ( pulley, rematori vari etc.) e nell’altra sulle trazioni (lat machine, pulldown etc.).

Un altro parametro su cui poter lavorare è il ROM: in una prima seduta concentrarsi su lavori in massimo stretch del muscolo, nell’altra seduta sui lavori in cui il muscolo raggiunge la massima contrazione ( dando focus su quel punto).

Oppure potremmo variare la seduta in base all’ordine dei gruppi muscolari e al volume, dando un giorno la priorità ad un uno e un giorno all’altro: per esempio, lunedì petto-spalle e giovedì spalle-petto, con volumi maggiori, entrambi i giorni, sul primo gruppo allenato.

Insomma il concetto è semplice: variare, dando logica al tutto, e cambiare gli stimoli.

4. Ipertrofia: FULL BODY vs BRO-SPLIT?

Il grande vantaggio dell’allenamento il full body è che permette la massima sinergia muscolare: nessun gruppo viene viene escluso all’interno della seduta, possiamo lavorare per catene cinetiche o con esercizi complessi, e possiamo variare maggiormente le sedute all’interno della settimana. Non da poco, lo stimolo allenante sarà maggiore e, col tempo, questo permetterà al soggetto di adattarsi a sopportare maggiormente la mole di lavoro. Lo svantaggio è che lavorare tutto il corpo è estremamente faticoso, e nel tempo risentiremo parecchio dell’affaticamento progressivo.

Vien da sè che il vantaggio di suddividere i gruppi muscolari all’interno della settimana è quello di poter effettuare lavori più precisi ed efficaci.

Entrambi risultano efficaci in termini di ipertrofia, e gli studi lo dimostrano, quindi la scelta dipende essenzialmente da voi: se hai del tempo da dedicare all’allenamento, conviene allenarti per più giorni e suddividere i vari gruppi muscolari all’interno delle sedute, con le classiche bro-split che tutti conosciamo ; se invece hai poco tempo, il fullbody è quello che fa per te.

Vuoi un piano alimentare personalizzato che ti aiuti a raggiungere i tuoi obiettivi?

Come in ogni contesto, la personalizzazione è la chiave. Non esiste una formula magica. Ovviamente ci sono alcune cose che funzionano meglio di altre, ma in un contesto di pianificazione, basarsi su ciò che dice la letteratura scientifica e adattarla al caso specifico, tenendo conto di obiettivi e necessità, è sicuramente la scelta migliore.

Il Personal Trainer adatterà ciò che è oggettivamente e scientificamente valido al singolo soggetto, ed è per questo motivo che nemmeno in questo caso esiste una verità assoluta.

Voglia di allenarsi, di migliorarsi e di andare oltre i propri limiti sono gli elementi essenziali in ogni contesto. Costruire un programma di allenamento, se le basi sopra citate sono solide, è un gioco da ragazzi.

Fonte: Project Strength

Dietista Valentina Rossi

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Il momento perfetto per iniziare a prendersi cura di sé è proprio adesso, senza ulteriori rinvii. A Isernia, la Dietista Valentina Rossi è pronta a sostenere chiunque desideri migliorare il proprio stile di vita attraverso percorsi completamente personalizzati, studiati appositamente per creare abitudini sane, equilibrate e soprattutto durature nel tempo. Non è necessario aspettare il nuovo anno: ogni singolo giorno rappresenta una splendida occasione per iniziare a volersi bene e a prendersi cura del proprio benessere.

Aspettare gennaio significa iniziare già in svantaggio: più chili accumulati, meno motivazione e più concorrenza nelle palestre. Inoltre, dopo le feste, il corpo e la mente hanno bisogno di equilibrio, non di ulteriori pressioni.

I vantaggi di iniziare subito

  • Prepararsi alle feste senza sensi di colpa: imparare a gestire i pasti e concedersi qualche sfizio senza esagerare.
  • Creare abitudini sane già da novembre/dicembre: piccoli cambiamenti quotidiani che diventano routine.
  • Risultati visibili prima del nuovo anno: motivazione extra per continuare con costanza.
  • Supporto locale: la Dietista Valentina Rossi offre consulenze nutrizionali a Isernia, con percorsi su misura per ogni esigenza

Strategie pratiche per partire oggi

  • Idratazione e movimento: bere più acqua e inserire camminate quotidiane.
  • Pianificazione dei pasti: ricette semplici e salutari, anche rivisitando piatti tipici molisani (es. pizza con farine integrali, zuppe di legumi locali).
  • Consulenza professionale: un percorso personalizzato con la Dietista Valentina Rossi a Isernia permette di affrontare le feste con serenità e di iniziare il nuovo anno già in forma.

Non rimandare: il momento giusto è adesso

Ogni giorno che passa è un’occasione persa. Non aspettare gennaio per prenderti cura di te: inizia oggi, con piccoli passi e la guida di un professionista.

👉 Prenota ora la tua consulenza nutrizionale a Isernia con la Dietista Valentina Rossi e inizia il tuo percorso di benessere senza aspettare gennaio.

❓ FAQ

1. Perché non conviene aspettare gennaio per iniziare una dieta?

Aspettare gennaio significa affrontare il nuovo anno già con chili accumulati e meno motivazione.

2. Dove posso trovare una dietista a Isernia?

La Dietista Valentina Rossi riceve a Isernia e offre consulenze nutrizionali personalizzate.

3. Come gestire i pasti delle feste senza ingrassare?

Con un piano nutrizionale su misura puoi gustare i piatti tipici molisani senza eccessi.

4. Quali sono i vantaggi di iniziare a novembre o dicembre?

Prepararsi alle feste, creare abitudini sane e vedere risultati già a gennaio.

5. La Dietista Valentina Rossi offre percorsi personalizzati?

Sì, propone consulenze individuali con programmi alimentari pratici e sostenibili.

6. Posso dimagrire senza rinunciare ai piatti tipici molisani?

Certamente: con ricette rivisitate e porzioni bilanciate puoi gustare la tradizione senza compromettere la forma fisica.

Dietista Valentina Rossi

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Valentina Rossi
Dietista e Nutrizionista Valentina Rossi

CLASSIFICAZIONE DEI GRASSI ALIMENTARI

Il 90% circa dei grassi alimentari sono, nello specifico, trigliceridi.
Questi ultimi sono lipidi composti da un alcol a tre atomi di carbonio (il glicerolo) e tre acidi grassi legati tra loro.

I trigliceridi che assumiamo con l’alimentazione sono in genere composti da una miscela di acidi grassi molto varia, motivo per cui quando parliamo di grassi alimentari facciamo distinzione tra i vari acidi grassi che compongono in prevalenza questi trigliceridi contenuti nelle varie fonti dietetiche di grassi.

La prima classificazione da fare quando parliamo del mondo dei lipidi alimentari è sicuramente quella che distingue tra acidi grassi saturi e acidi grassi insaturi.
Gli acidi grassi saturi sono grassi prevalentemente di origine animale (ma non del tutto); hanno la peculiarità di presentarsi prevalentemente allo stato solido quando sono a temperatura ambiente. Gli acidi grassi insaturi sono invece di origine vegetale, e a temperatura ambiente si ritrovano allo stato liquido. Questa classificazione è comunque abbastanza pedestre, perché ci sono fonti di grassi saturi che si presentano non solidi a temperatura ambiente e sono di origine vegetale, così come ci sono fonti di grassi insaturi che non sono sempre e solo di origine vegetale.

In generale, comunque, ogni fonte di grasso contiene sia saturi che insaturi, ma quello che cambia è semmai la proporzione e la quantità percentuale di questi tipi di acidi grassi.

Ci sono poi ulteriori classificazioni, che distinguono i grassi saturi in funzione della lunghezza della catena carboniosa dell’acido grasso.
Abbiamo così gli acidi grassi a corta catena (SCFA), gli acidi grassi a media catena (MCFA) e gli acidi grassi a lunga catena (LCFA).
In genere fino ai 12 atomi di carbonio si parla di acidi grassi a corta-media catena, mentre quando la lunghezza è maggiore si parla di LCFA.

Per quanto riguarda i grassi insaturi, invece, questi vengono distinti in funzione del loro grado di insaturazione, e quindi in funzione della quantità di doppi legami presenti: parleremo così di monoinsaturi (MUFA) e polinsaturi (PUFA).
Per quanto riguarda i polinsaturi, facciamo un’ulteriore distinzione tra acidi grassi della serie omega 3 e omega 6, e per quanto riguarda gli effetti degli omega 3 facciamo differenza tra EPA e DHA, tenendo presente che spesso negli alimenti vegetali l’omega 3 è presente in grandi quantità di ALA.

grassi

PERCHE’ E’ IMPORTANTE LA DISTINZIONE TRA ACIDI GRASSI SATURI E INSATURI?

Perché è stato visto, da studi epidemiologici, che nei Paesi Mediterranei, che seguivano tendenzialmente diete con una quantità di saturi molto bassa, c’era una minor incidenza di eventi cardiovascolari e una ridotta mortalità.
Al contrario, le popolazioni che consumano grandi quantità di grassi specificamente saturi, avevano un maggior rischio cardiovascolare.
In genere i grassi saturi sono quindi considerati “cattivi” e quindi da ridurre nella propria dieta.

In primis sono, con gli zuccheri, i principali responsabili dell’alterazione del profilo lipidico (aumento trigliceridi, aumento del colesterolo totale e aumento del colesterolo LDL).
Inoltre le principali fonti di grassi saturi, come abbiamo già detto, sono gli alimenti animali, ed è anche questo il motivo per cui si raccomanda di non consumare grandi quantità di alimenti di origine animale.

Nelle Linee Guida dell’OMS, si raccomanda di ridurre a meno del 10% dell’energia totale l’apporto di grassi saturi, mentre l’apporto totale di grassi deve essere tipicamente tra il 25 e il 30%.

FUNZIONE DEI GRASSI ALIMENTARI NELLA DIETA

grassi-alimentari

I lipidi ricoprono numerosissime funzioni:

  • sono una fonte concentrata di energia (un grammo di lipidi apporta infatti 9Kcal, più del doppio di quelle fornite dai carboidrati e dalle proteine)
  • Veicolano le vitamine liposolubili (A, D, E, K)
  • Apportano gli acidi grassi essenziali (AGE), che devono essere necessariamente introdotti con la dieta.
  • Rendono i cibi più appetibili; il sapore degli alimenti è infatti legato alla presenza dei grassi. Per questo motivo una dieta povera di lipidi è generalmente difficile da seguire.
  • Agiscono sulla sazietà a lungo termine, ritardando l’insorgenza della fame; i lipidi sono infatti un vero e proprio concentrato di energia, distribuita in un volume estremamente ridotto; per questo motivo, si rischia di assumere molte calorie prima di sentirsi sazi. Tuttavia, grazie alla loro elevata carica energetica, con il passare del tempo tendono a posticipare il bisogno di assumere nuovamente del cibo.

QUANTI GRASSI AL GIORNO?

Per quanto riguarda le linee guida generali per la popolazione circa l’apporto di grassi, la prima indicazione da far presente è che un apporto equilibrato e raccomandato è del 20-35% dell’energia totale proveniente da grassi alimentari.
Una distinzione importante, come abbiamo fatto presente diverse volte in precedenza, è tra saturi e insaturi. Nello specifico si consiglia di assumere meno del 7-10% dell’energia totale da grassi saturi e preferire invece i grassi insaturi.

Per quanto riguarda i PUFA l’assunzione consigliata è di 5-10% mentre un apporto maggiore sarà a favore dei monoinsaturi, nello specifico acido oleico (contenuto in grandi quantità, ad esempio, nell’olio extravergine d’oliva).
Un’altra indicazione è quella di fare attenzione al rapporto omega-6 omega-3. In genere si consiglia un rapporto 1:1 anche se è accetta-bile un rapporto 4:1. Tenete conto del fatto che nella tipica dieta occidentale il rapporto è anche 15-20:1 omega 6 – omega 3.
La motivazione alla base di questa raccomandazione è che ci sono stati alcuni studi osservazionali in passato che hanno suggerito che un rapporto troppo sbilanciato a favore degli omega 6 aumentava il rischio cardiovascolare.
Il meccanismo alla base sarebbe l’infiammazione, in quanto si osserva, dalla biochimica di base, che gli omega 6 sono tendenzialmente pro-infiammatori.

Un’altra raccomandazione ancora riguarda quella di evitare del tutto i grassi trans. Questi sono lipidi che, sebbene si possono trovare in natura, in quanto originano dalla bioidrogenazione dei batteri del rumine, sono particolarmente presenti negli alimenti industriali.

Infine, l’ultima indicazione generale circa i fabbisogni di lipidi nella dieta è quella di prestare tendenzialmente poca attenzione (meno di quella che si dava in passato) all’ assunzione di colesterolo alimentare.
Il motivo è che ci sono diversi meccanismi di regolazione della quantità di colesterolo, e che il colesterolo alimentare contribuisce al totale solo per una piccola percentuale (circa il 20-30%)
In realtà non tutte le persone possono bellamente disinteressarsi al colesterolo assunto con la dieta, in quanto esiste una parte della popolazione, definita “iper-responder”, che è significativamente influenzata dal colesterolo assunto con la dieta, per cui è bene monitorare sempre il profilo lipidico con periodiche analisi ematiche e non trascurare, in questi casi, il contenuto di colesterolo contenuto negli alimenti.

Queste sono ovviamente Linee Guida per la popolazione in generale. La quantità di grassi da assumere è strettamente individuale e dipende da tutta una serie di fattori.

Possiamo, ad esempio, tener presente che a livello muscolare, esiste una competizione fra l’utilizzo del glucosio e degli acidi grassi. In modo particolare, quando uno dei due aumenta l’altro diminuisce.

Questo parametro è di fondamentale importanza quando si decide la percentuale di lipidi da introdurre nella dieta. Un filone di pensiero tende a ridurne il più possibile, circa al 10-20% dell’introito calorico: questo dovrebbe aumentare la capacità del corpo di bruciare il glucosio e migliorerebbe la sua tolleranza. Esiste in ogni caso una quota minima di lipidi al giorno, che è di 30-35g, che serve fondamentalmente per trasportare le vitamine liposolubili (nelle donne si consiglia di non scendere sotto ai 40-60g).

Un altro filone invece tende ad aumentare la quota al 30-35% , in quanto una maggior quantità di grassi aumenterebbe la capacità del corpo di ossidarli migliorando la beta-ossidazione. Tuttavia, dovete sapere che più il corpo metabolizza grassi, e più riduce la sua sensibilità ai glucidi.

Troviamo infine le diete low carb, che prediligono come fonte alimentare i grassi, limitando al minimo l’assunzione di glucidi.

Chi ha ragione? La risposta è: DIPENDE.

In linea di massima, possiamo dire che più la persona sarà attiva e svolgerà attività sportive glicolitiche, più la percentuale di grassi può essere ridotta, in quanto il corpo avrà bisogno di buone quantità di zuccheri. Invece più le persone sono sedentarie, o sono impegnate in attività puramente aerobiche (maratona) o di pochi secondi (sollevamento pesi) più la percentuale di grassi può essere consistente.

Non dimentichiamoci mai che, a prescindere dalla composizione in macronutrienti del pasto (e della dieta), ciò che conta nell’accumulo di grasso o nel dimagrimento è il bilancio lipidico. Infine ricordatevi che il fattore fondamentale per la salute, prima dei macronutrienti, è il giusto equilibrio energetico, se in eccesso cronicamente fa sempre male, a prescindere da quello che mangiate.

QUANDO PREFERIRE DIETE HIGH FAT/LOW CARB?

  • Nel caso di soggetti con insulino-resistenza; molti studi infatti suggeriscono che, anche a parità di calorie, una dieta a basso contenuto di carboidrati potrebbe essere più efficace, PER QUESTI SOGGETTI, per il dimagrimento rispetto a una dieta high carb/low fat
  • Nel caso di soggetti con bassa flessibilità metabolica, ovvero una bassa capacità di saper switchare da un metabolismo prevalentemente glucidico ad uno prevalentemente lipidico e viceversa. In questi casi diverse strategie come vari protocolli di digiuno intermittente, una dieta chetogenica o anche una non-chetogenica ma low carb e high fat possono avere dei vantaggi inizialmente, in quanto effettivamente “insegnano” (anzi, “costringono”) il corpo a utilizzare prevalentemente il metabolismo lipidico
  • Nel caso di soggetti che per vari motivi vogliono perdere peso molto velocemente nel breve periodo. In realtà tale perdita di peso non è rappresentata dalla perdita di massa grassa, quanto piuttosto dai liquidi. E poiché le diete low carb/high fat, e ancor di più le diete chetogeniche, sono “diete diuretiche”, sono più efficaci per questi specifici obiettivi a breve termine (e temporanei).
Dietista Valentina Rossi

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COME ASSUMERE LA CREATINA: Principi di integrazione

COME ASSUMERE LA CREATINA: Principi di integrazione

COME ASSUMERE LA CREATINA

Assumere la creatina come integratore alimentare è diventato sempre più popolare negli ultimi decenni. Nonostante la sua indiscussa popolarità, rimangono ancora delle incertezze riguardo il suo dosaggio, gli effetti sulle prestazioni sportive e la sua effettiva sicurezza.

In questo articolo approfondiremo tutto quello che c’è da sapere su quest’integratore, cercando di fare chiarezza su quelle che sono le evidenze ad ora esistenti sul suo corretto utilizzo.

CHE COS’E’ LA CREATINA

La creatina è un composto aminoacidico non proteico, presente in natura, che troviamo principalmente nella carne rossa e nei frutti di mare.

E’ considerato un componente non essenziale, in quanto il nostro organismo è in grado esso stesso di sintetizzarlo, con produzione endogena di circa 1 gr al giorno. Una dieta carnivora è in grado di apportare fino a 1 g di creatina/die, coprendo così il fabbisogno totale stimato intorno ai 2g/die.

La maggior parte della creatina si trova nel muscolo scheletrico (~ 95%) con piccole quantità anche nel cervello e nei testicoli (~ 5%). Circa due terzi della creatina intramuscolare si ritova sottoforma di fosfocreatina (PCr), mentre il rimanente è creatina libera.

Il pool totale di creatina (PCr + Cr) nel muscolo ha una media di circa 120 mmol / kg di massa muscolare in un individuo di 70 kg. Tuttavia, il limite superiore della conservazione della creatina sembra essere di circa 160 mmol / kg di massa muscolare nella maggior parte degli individui.

EFFETTI DELLA CREATINA

Oltre che fungere da tampone del ph nel tessuto muscolare, la creatina svolge un importantissimo ruolo a livello energetico: approvvigiona la produzione di ATP, un composto chimico coinvolto nella maggior parte dei processi metabolici, in modo particolare durante i processi anaerobici alattacidi.

L’ATP presente all’interno dei muscoli risulta essere di appena 2,5g/kg, quantità tale che si tradurrebbe in uno sforzo di pochissimi secondi; la fosfocreatina interviene in tal senso per la risintetizzare l’ATP a partire dell’ADP, ma affinché questo avvenga è necessario che ci sia della creatina fosforilata (fosfocreatina).
Ciò che la creatina integrata andrà a fare sarà aumentare le scorte di fosfocreatina nei muscoli, che si tradurrà in un aumento della forza resistente.

COME ASSUMERE LA CREATINA – PROTOCOLLI DI INTEGRAZIONE

Diversi protocolli per l’integrazione con creatina esistono diversi modi per integrare la creatina. Il protocollo più comune include una fase di carico con 0,3 g di creatina per kg di peso corporeo al giorno. Per una persona di circa 70 kg, questo equivale a 20 g di creatina suddivisi in quattro dosi da 5 g durante la giornata. Questa fase di carico dura generalmente da 5 a 7 giorni, seguita da una fase di mantenimento con una dose quotidiana di 3-5 g. Un altro metodo popolare evita la fase di carico e prevede una singola dose giornaliera di 3-6 g, raggiungendo gli effetti ergogenici desiderati più lentamente.

Esistono anche protocolli sperimentali dove 20 g di creatina vengono assunti in venti dosi da 1 g ogni mezz’ora, ma sono difficili da seguire nella vita quotidiana. Altri protocolli prevedono cicli di carico di circa 20 g per 3-5 giorni ogni 3-4 settimane. Dopo la fase di integrazione, il livello di creatina nel muscolo ritornerà gradualmente ai livelli iniziali in circa 4-6 settimane.

Dieta a Isernia
Dietista e Nutrizionista Valentina Rossi

VUOI MIGLIORARE LE TUE PRESTAZIONI SPORTIVE?

Da diversi studi è emerso che l’assunzione cronica di questo integratore a dosaggi di 3-5 g al giorno migliora le prestazioni e l’aspetto fisico, in quanto non si presentano i classici problemi intestinali e di gonfiore addominale, per cui sembrerebbe essere questo il protocollo migliore da attuare.

Una parte della creatina assunta con gli integratori non viene assorbita o utilizzata e viene escreta a livello renale. L’escrezione è ridotta quando la creatina venga assunta assieme a una quota di carboidrati e di proteine, un fattore che in alcuni studi parrebbe anche rendere non necessaria la fase di carico. In definitiva quindi la creatina andrebbe assunta nel post-allenamento, preferibilmente dopo l’assunzione di una porzione di carboidrati e proteine.

Assunzione della creatina, differenziamo i soggetti:

Gli studi sull’integrazione con creatina mostrano che esistono soggetti che rispondono molto bene, con un aumento della concentrazione muscolare superiore a 20 mmol/kg peso secco del muscolo, soggetti che non rispondono, con aumenti inferiori a 10 mmol/kg peso secco muscolo, e soggetti che si collocano tra questi due estremi. Nei soggetti con alta risposta, si osservano i miglioramenti tipici associati all’integrazione, mentre nei soggetti con bassa risposta i miglioramenti sono limitati.

Nei soggetti con buona risposta, si rileva inizialmente una scarsa riserva muscolare di creatina e una maggiore presenza di fibre muscolari di tipo II, condizioni che favoriscono un netto miglioramento della prestazione dopo l’integrazione. Al contrario, nei soggetti a bassa risposta, il miglioramento non si osserva, probabilmente a causa di una riserva muscolare di creatina già vicina alla saturazione.

Un ben noto effetto collaterale legato all’integrazione di creatina è l’aumento di peso, da 1-2 fino a 5 kg, dovuto essenzialmente ad un aumento di liquidi nel tessuto muscolare. L’ingresso di creatina nel muscolo è accompagnato da quello di acqua con un aumento del volume cellulare che agendo su proteine regolatrici come AMPK stimola la sintesi proteica nel muscolo favorendone l’ipertrofia. Questo aumento di peso deve essere tenuto in conto quando si pianifichi una eventuale integrazione in atleti che praticano sport con categorie di peso, precisi requisiti estetici o per i quali il peso in più possa rappresentare un problema durante la pratica dell’attività.

ASSUMERE LA CREATINA – IN QUALI DISCIPLINE SPORTIVE E’ POSSIBILE TRARRE VANTAGGIO?

Gli sport di forza e potenza sono quelli che traggono maggior vantaggio dall’integrazione con questa sostanza. Tuttavia, è importante che tali discipline non siano influenzate negativamente dall’aumento di peso derivante dall’assunzione.

Nel salto in alto, dove è cruciale un alto rapporto potenza/peso, l’integrazione con creatina può essere dannosa. Gli atleti si concentrano su forza ed esplosività, non sulla massa muscolare. In discipline come il sollevamento pesi o la velocità su pista (ciclismo), l’aumento della massa muscolare, se associato a forza specifica, non compromette la performance.

In ogni caso, in qualsiasi disciplina sportiva dove la creatina potrebbe essere benefica, la somministrazione deve essere concordata con il personale medico dello staff e con chi effettua le valutazioni funzionali dell’atleta, per determinare se l’assunzione è effettivamente vantaggiosa per l’individuo.

VUOI MIGLIORARE LE TUE PRESTAZIONI SPORTIVE?

Probabilmente il body-building è l’attività che più di altre può trarre giovamento dell’integrazione con creatina, sia per il probabile aumento del volume muscolare indotto dall’assunzione, che per il fatto che con questo prodotto incrementa la forza del soggetto. Infatti, lo stimolo biologico dell’ipetrofia muscolare è particolarmente sensibile sia a tensioni muscolari elevate, che da contrazioni di una certa durata; un’integrazione adeguata con creatina (se si è soggetti “responder”) è in grado di migliorare le qualità muscolari che stanno alla base di queste tipologie di contrazioni, e di conseguenza influire positivamente sulla crescita muscolare. È da tenere in considerazione che si ha il 20-30% di probabilità di essere “non responder”, cioè soggetti che non traggono nessun vantaggio da questo tipo di integrazione.

In discipline multifattoriali come il calcio attualmente la scienza non supporta l’utilizzo di creatina; non solo, anche in base agli effetti collaterali riportati sotto (soprattutto i crampi), è sconsigliata l’integrazione con questa sostanza.

Discorso analogo è possibile fare per sport a carattere intermittente con componenti tecnico-tattiche come il rubgy o il tennis; anche in questi casi, la supplementazione con creatina non ha dato riscontri positivi nei test specifici.

CREATINA: CONCLUSIONI E CONSIGLI FINALI

Malgrado la creatina possa essere efficacie se assunta quando necessaria e nelle modalità opportune, non è sicuramente un prodotto miracoloso che può cambiare la dimensione estetica o atletica del soggetto. Se assunta con criterio, per un periodo concertato con il proprio medico (o specialista), può portare (se si è soggetti “responder”, cioè il 70-80% della popolazione) ad un incremento medio dell’8% della forza e del 14% della potenza muscolare (dati ottenuti dalla bibliografia scientifica). I benefici sono evidenti sia nei soggetti meno allenati che su veri e propri atleti, ma portano a vantaggi prestativi solo in determinate discipline.

Il suo utilizzo sul lungo termine non porta ad effetti deleteri sulla salute, anzi.

Le donne mostrano ancora una certa resistenza nell’usare questo integratore, nonostante le evidenze che i suoi effetti ergogenici sulla performance si manifestino addirittura prima nelle donne rispetto agli uomini. Gli incrementi di massa magra, tuttavia, tendono a presentarsi prima negli uomini, il che potrebbe spiegare il suo utilizzo più diffuso tra gli uomini. È importante sottolineare che non vi sono controindicazioni all’uso della creatina per le donne.

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